mercoledì 12 marzo 2014

Ti serve lo psicologo?

"E' più facile spezzare un atomo 
che un pregiudizio".
(Albert Einstein)







Naturalmente visto che non ti conosco non posso saperlo... Posso però dirti che se ti senti ingabbiato in un problema che ti angoscia o ti rende la vita difficile è meglio se leggi questo articolo che potrà chiarirti le idee sul da farsi. 
Puoi vivere serenamente la tua vita, non sei costretto a rimanere ostaggio dei pensieri o delle azioni che non vorresti.
Sento spesso dire, in particolare dai miei colleghi: “dovremmo rendere la psicologia più accessibile a tutti, far capire alle persone che non è una vergogna andare dallo psicologo, le persone devono cambiare mentalità rispetto alla psicologia”. O analogamente: “Nelle nostre piccole realtà provinciali se ti vedono andare dallo psicologo tutti penseranno che sei matto”. Rispetto a queste frasi fatte mi sono posto una domanda. Se tutto ciò è vero, cosa può aver determinato l’insorgere di questo modo di pensare? Perché la visione del guaritore di matti è ancora così fortemente radicata, ma soprattutto ci sono modi per cambiare le cose?
Andiamo con ordine e cerchiamo di analizzare come la psicologia, la psichiatria e la psicoterapia si sono evolute storicamente nell’immaginario sociale.
Sin dagli albori dell’uomo fino all’inizio del secolo sorso, la malattia mentale era associata al misticismo, alle possessioni demoniache, alla magia. La psicologia come tutti la conosciamo è nata all’inizio del 1900, quindi la scienza psicologica, intesa come studio della mente umana è relativamente recente. La disciplina ebbe origine nel momento in cui Freud arrivò ad ipotizzare che traumi reali o immaginari vissuti in passato, potevano dare origine ai disturbi mentali. Da li dipartirono tutte le varie branche della psicoterapia che cercano di risolvere i disturbi mentali attraverso la comunicazione. Dall’altra parte, la medicina, rappresentata dalla psichiatria, iniziava a muovere i suoi passi e venivano sperimentate nuove tecniche terapeutiche per “tenere a bada” il problema che rappresentavano i malati mentali. Sono gli anni delle sperimentazioni sugli umani, dell’introduzione dell’elettroshock (non tutti sanno che anche attualmente viene utilizzato ad esempio per attenuare i sintomi convulsivi), e 
nel 1936 della lobotomia frontale . Pensate che Antonio Egas Moniz per aver risolto il problema dei malati mentali, grazie all’utilizzo massiccio di questa pratica, vinse il premio nobel nel 1946. La lobotomia veniva fatta in serie anche a 10, 20 persone di fila, consisteva nell’infilare una sorta di chiodo, attraverso l’orbita superiore dell’occhio, fino alla zona frontale del cervello. Si dava un colpo secco con il martello, il chiodo perforava l’osso con un sonoro tock, per poi affondare nel cervello, a quel punto si roteava leggermente, come se il danno non fosse bastato, si estraeva e si ripeteva la procedura nell’altro occhio. Il paziente dopo questo trattamento usciva come un vegetale, incapace di alcun che. Dobbiamo adesso considerare, che rispetto al livello socio-culturale e all’economia dell’epoca, pochissimi avevano accesso alle cure che poteva offrire uno psicoterapeuta. La maggior parte dei malati mentali, che fossero panicanti, ossessivi compulsivi, depressi, paranoici, deliranti, schizofrenici, ecc, venivano affidati alle case di cura. Quindi oltre il 90% della popolazione con disturbi mentali dell’epoca finiva in manicomio. Di fronte a questa prospettiva non proprio rosea, è chiaro che non conveniva proprio far sapere di avere un disturbo mentale, anzi, era un segreto da custodire quando possibile. Agli inizi degli anni 50, furono introdotti i primi psicofarmaci che hanno poi permesso negli anni 80 la chiusura dei manicomi. Gli psicofarmaci hanno reso possibile questo passaggio perché il malato mentale sedato dai medicinali ha smesso di rappresentare un pericolo per la società. Inoltre la scienza ha permesso di capire cosa organicamente avviene nei cervelli psicopatologici, i legami con la genetica, e la malattia mentale ha assunto il significato di disagio piuttosto che di pericolo. Quindi se tutti sappiamo che le psicopatologie e in particolare quelle definite minori come depressione, ossessioni, paranoie, disturbi alimentari, compulsioni, fobie ecc, rappresentano problemi al giorno d’oggi risolvibili, perché ci ostiniamo a temere e mitizzare la figura dello psicologo che in realtà è colui che può sciogliere definitivamente le sofferenze indotte dal disturbo mentale?
Vanno prima di tutto chiariti alcuni aspetti fondamentali. Ad esempio alcuni disturbi basati sulla credenza come la paranoia, spingono coloro che ne soffrono a non comprendere di avere qualcosa che non va. Addirittura per loro sono tutti gli altri ad avere un problema. Quindi non verranno mai in terapia di loro spontanea volontà, sono infatti spesso portati dai parenti esasperati. Anche in altri tipi di problemi come il disturbo ossessivo-compulsivo in cui è evidente sia per i soggetti che per i familiari che qualcosa non funziona come dovrebbe (sono coloro che ad esempio hanno paura delle contaminazioni batteriche e si devono lavare le mani 5 volte per essere decontaminati), spesso il problema viene procrastinato e alimentato per anni prima di arrivare in terapia. Questo avviene sostanzialmente per due motivi. Il primo è che non è facile ammettere di avere un problema di questo tipo e questo spinge a fare come si è sempre fatto in precedenza (male a quanto pare). Il secondo è che il primo punto di riferimento per chi vuole risolvere un problema di ordine fisiologico è il medico di base. Purtroppo non tutti i medici sono così ben informati sulle psicopatologie, in più dietro la spinta delle case farmaceutiche che fanno dei disturbi mentali un business, la cura è presto fatta, un po’ di gocce e una o due pillole al giorno per tutta la vita. E non per guarire, ma per sedare gli aspetti che non vanno, e la psicoterapia che spesso rappresenterebbe una via d’uscita preferenziale e definitiva dal disturbo mentale, viene messa in secondo piano.
Per comprendere meglio osserviamo ad esempio le recenti statistiche relative alla situazione dei depressi in Italia, che ammontano a circa 5 milioni. Immaginate solo che questi individui saranno costretti ad assumere giornalmente psicofarmaci per anni.
Al di la di questi aspetti, c’è un’altro punto di vista interessante da considerare, cioè che forse sono gli psicologi stessi che amano questa atmosfera di misticismo che li circonda, in un certo senso condannano la disinformazione ma sono i primi ad alimentarla. Molti dei miei colleghi si nascondono, come se avessero qualcosa da tenere segreto, come se il loro lavoro consistesse nella semplice apertura di un vaso di Pandora che cela al suo interno i misteri della genesi del disturbo. Come se spiegare perché una certa psicopatologia si è instaurata fosse sufficiente a risolverla.
A frenare il divulgarsi della scienza psicologica e della psicoterapia è proprio l’immagine vecchia dello psicologo, che ti fa sdraiare sul lettino e ascolta in silenzio, scava nel passato, legge i sogni, interpretando tutto secondo i suoi schemi (in questo caso è il paziente che si adatta alla terapia, nei contesti terapeutici attuali, è la terapia che si adatta alla patologia). Questa figura criptica e mistica viene continuamente alimentata dai media, dalla TV, dal cinema. In verità il lavoro dello psicologo si è evoluto di pari passo con tutte le altre scienze e tecnologie, ed oggi siamo ben lontani da quella vecchia immagine stereotipata ma condivisa popolarmente.

Ma allora cos’è davvero uno psicologo oggi?

E’ una persona che con lo studio, la dedizione e la pratica, ha appreso strumenti particolari, che una volta insegnati ai propri pazienti, permettono di smuoverli da un problema, di origine personale o psicopatologico, facendo leva sulle loro risorse personali.
Al di la delle agevolazioni o fatalità che la sorte ci offre, sono dell’avviso che siamo noi gli artefici del nostro destino. Sia nel bene che nel male. Ci sono infatti due modi di vivere la propria vita, casualmente o pianificando il nostro successo.
Viviamo incastrati in una realtà della quale siamo artefici ma che viene percepita come subita, perdendo così di vista le nostre vere potenzialità che permeano in un limbo di schemi sempre uguali. Proprio a questo serve la psicoterapia, a creare una nuova realtà, che dev’essere accettabile, migliore e più funzionale della precedente. Così da rompere i vecchi schemi che ci hanno incastrato e ci fanno soffrire, per sostituirne con nuovi funzionali e in grado di aggirare in modo accettabile il problema.
Uno psicologo non offre le soluzioni, quelle sono già dentro ognuno di noi, il suo lavoro consiste nel fornire prospettive diverse da cui osservare il problema, guidare il suo paziente alla scoperta di realtà alternative che prima non erano state considerate, concretizzare ogni giorno tanti piccoli passi che sommati portano all’obiettivo, di solito rappresentato dal raggiungimento del benessere interiore e sociale.



Dr. Patrick Bini